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Io, io onestamente non dovrei, ma mi trovo qui, tanto vale.
1, 2, 3, 4…
Ma perché lo faccio, ne ho bisogno, ancora.
16, 17, 18, 20…

«Ehi amico, non starai esagerando? Sei un folle, lo dico per te!».

Ed è così che mi ritrovo su un mezzo con delle sirene blu, AZNAqualcosa, in compagnia di alcuni tizi vestiti di rosso che mi si agitano attorno. Mah. Tra qualche ora mi lasceranno andare ancora e poi casa.
Finirò per diventare un X-Man, o qualcosa del genere. In fondo non sarebbe neanche male, uno di quei cattivi strani col potere di essere qualcosa. Io sicuramente mi scioglierei, fatto di acqua o birra, ma comunque abbastanza sveglio da finire come H2Olga, intrappolato a morte in un pannolino.
Sì sì, meglio cattivo che un noioso eroe; che poi, eroe di cosa? Mi faccio pure salvare la pelle da ‘sti cristiani, sicuramente volontari. Più eroi loro in una sera che io in 25 anni.
Ma i Due Fantagenitori, come fanno a venirmi in mente in un momento così, sono proprio un coglione!
Prima dov’è che stavo? Ah già, la festa a Testaccio! E cos’è che ho mangiato a cena? Cos’ho bevuto, più che altro. Sbronzo fenomeno da baraccone, complimenti a me.
A ‘sto giro Erica mi molla, sicuro. Poverella. Lavoro, la casa, qualche sicurezza, come se a me non piacessero come agli altri, che discorso del cazzo. Merda il lavoro! Domani sarà un casino, e chi li avvisa? Ma oggi che giorno è? Ah no, è sabato, tutto a posto.
Quand’è che ho iniziato? Giugno dell’anno scorso, un caldo infernale. Ero al vecchio cantiere, cementavo un canale quando una putrella mi colpì alla testa. Errore del gruista.
Ospedale, operazione al cervello, mi cuciono che manco Frankenstein, esami su esami, osservazioni varie e fuori dopo tre mesi per buona condotta.

Il punto è che quella per me non fu la fine. A lavoro avevo un capocantiere infame, vigliacco e presuntuoso, si chiamava  Achille. Che ironia. Col pretesto che mi ero assentato parecchio aveva colto il momento per infamarmi e raccontare dicerie sul mio conto, addirittura venni a sapere che raccontava che stavo a casa felice a giocare alla Playstation invece che andare a sgobbare. Fatto sta che riuscì pure nel suo intento e mi trovai contro molti della vecchia guardia, che non perdevano occasione per starmi addosso e prendermi per il culo.
Licenziato il gruista i testimoni erano due, l’infame e Gianni.
Il buon Gianni è uno ok, un trentenne con gli occhi simili ai miei, di quelli che sanno come funzionano le cose e che se le fanno scivolare addosso. Tira a campare, ma lo fa con le sue piccole soddisfazioni: la macchina, la vacanza, qualche tipa ogni tanto su cui sbattere la testa. Sicuramente uno di quelli che trova sempre qualcosa da raccontare per la compagnia e la risata.
Fu lui a spiegarmi il gioco del capo, che pare avesse da piazzare il figlio, cioè colui che guarda caso mi aveva sostituito nei mesi di assenza.
Ma vabbé, un giorno feci la regina delle confidenze proprio a Gianni; fu quella volta che mi chiese come mai stessi sempre al bagno. Ognuno ha i suoi demoni, ed io non mi sarei mai aspettato che il mio dovesse essere qualcosa di così banale.

“Gianni è che ho sempre sete, ma proprio sempre”
“Eh pure io, tutti hanno sete, che vuol dire. Ma non è che in ospedale ti hanno aggiustato da una parte e rotto da un’altra?”
“Ma no, boh, può essere. Ho pure parlato col dottore che mi ha detto che sono i farmaci”
“Ma non hai già smesso di prenderli?”
E aveva ragione. Venni a sapere solo qualche mese dopo che con quello scherzo mi avevano cacciato in una brutta storia, ma questa volta sanità e “Big Pharma” ne escono pulite, sicuramente più del buon Dio.

Iniziai bevendo almeno due litri d’acqua al giorno, magari un paio di birre fresche nelle giornate calde, ma presto mi resi conto che non bastava mai. Il dottore mi ripeteva che in fondo era salutare, che i reni mi avrebbero persino ringraziato. Intanto io più bevevo, più passavo tempo al bagno, più bevevo ancora, sempre disidratato.
L’inverno fu un periodo bizzarro, in cui per il freddo non era raro trovarsi una bottiglia di vino attorno. Iniziarono a chiamarmi Spugna. Il giorno in cui finii in ospedale era il 2 febbraio, al compleanno di un amico. Non me ne resi conto che ormai mi ero più che abituato a buttare giù liquidi di ogni genere, diamine mi mancava solo il Mr. Muscolo e le avevo fatte tutte!
Quattro litri mi dissero. C’era più acqua e alcol nel mio stomaco che aria nei polmoni . Mi dissero che l’avevo fatta grossa e da quel giorno niente più buona condotta, bensì obbligo di firma.
Iniziarono a sottopormi ad una serie di visite e si resero conto che non solo avevo qualcosa che non andava ma che il mio corpo avrebbe potuto non reggere più quei ritmi.
Due mesi fa’ finalmente la buona novella.
“Ehi Gianni, lo sai che finalmente ho la risposta ai miei problemi?”
“Guarda che i sistemi per vincere all’Enalotto li hanno già inventati”
“Sono un potomane”
“Un che?!”

E aveva ragione ancora una volta, che ne poteva sapere lui, ci sono problemi più o meno rari in fondo.
Mi toccò smettere di andare a lavorare, principalmente per alcuni effetti collaterali dell’unico farmaco esistente, facendo felici le iene, e sprofondando lentamente nella noia e nell’aritmia quotidiana. L’unica costante è l’ospedale in cui andare una volta a settimana.
Tuttavia questo non ha cambiato nulla. Ho sete, ho sete e voglio bere, dove cazzo sta l’acqua???
Non riesco neanche a chiederglielo a ‘sti tizi rossi, riuscissi almeno a staccarmi la flebo avrei qualcosa da buttare giù. Potrei pisciare nella bottiglia, di nuovo? Ma a mala pena tengo gli occhi aperti, aspetterò che ci pensino loro.

«L’ematocrito è troppo basso…il sangue è troppo diluito!»

Che? Il sangue? Non si capisce niente che sta dicendo?
Mi sento leggero, che seccatura.
Vabbé ci si pensa domani, ma basta gare di bevute.

– Pope –

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