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Und einer von allen Sternen
müßte wirklich noch sein.
Ich glaube, ich wüßte,
welcher allein
gedauert hat, –
welcher wie eine weiße Stadt
Am Ende des Strahls in den Himmeln steht…
(R.M Rilke)

Il peso del cielo era tutto sulle sue spalle.
Ogni stella era una pietra.
Ogni gesto era faticoso. Sollevare il pennello. Intingerlo nel colore. Posarlo sulla tela.
Il nero colava vischioso come il catrame.
Quanti strati aveva già steso?
Non era abbastanza nero.
No – era la lampada il problema. Quella lampada gialla, così tiepida e artificiale.
Spense la luce e spalancò la finestra.
L’aria bianca della notte e la luce gelida degli astri invasero la stanza.
Appoggiò il pennello con un sospiro liberatorio, raccolse la canna spenta dal posacenere, l’accese e aspirò profondamente, osservando il fumo librarsi verso l’alto e intrecciarsi con la luce pallida, e riflettersi nell’aria fredda.
Il bagliore delle stelle restò sospeso, intrappolato nella nebbia flebile, come gocce di rugiada in una ragnatela, come finestrelle illuminate in un grattacielo visto da lontano.
Per un attimo, quell’immagine familiare rilassò la morsa nel suo petto.
Ma bastò un alito di brezza per dissolverla.
E ancora una volta le luci della città le sfumarono sotto gli occhi, mentre quel dannato treno la rapiva dall’unico posto dove poteva vivere.
New York…l’unica città che avesse mai reso la sua solitudine sopportabile, piacevole quasi.
Sentì gli occhi pizzicare al pensiero di essere così lontana, isolata, sperduta, in mezzo al nulla.
Lanciò uno sguardo verso la finestra – il cielo era sempre più nero sulla campagna.
Infinito, vuoto, incredibilmente pesante.
E le stelle sotto cui era cresciuta erano spilli affilati che le si conficcavano nella pelle.
Si voltò verso la tela e con un gesto deciso afferrò un pennello pulito.
Bianco. Bianco, bianco, un po’ di giallo, punte di blu, arancione, rosso.
Ogni segno sulla tela scavava in profondità dentro di lei.
Pietre. Spilli. Ricordi.
Ogni pennellata portava con sé conversazioni lontane, pianti struggenti, risate passate che nella memoria facevano ancora più male delle lacrime.
“Vedi, angelo mio, quelle tre stelle lassù, in fila, sono la cintura di Orione.”
“E chi è Orione?”
E papà, pazientemente, raccontava di epiche battute di caccia, mitiche battaglie e divinità irascibili.
“E quella lì, che brilla così tanto?”
E papà continuava, di cani mitologici, archi e frecce.

Un’eco di un passato lontano, che proveniva da un passato molto più recente e altrettanto distante, le risuonava in testa mentre macchiava di colori sempre più sgargianti la distesa di pece.
Nane bianche e supergiganti bianco-blu, giganti arancioni e ipergiganti rosse e stelle di neutrini. Creava squarci nel tessuto dell’universo, sequenze arbitrarie di luci senza nessuna relazione reale, ad anni luce di distanza tra loro, eppure inequivocabilmente interconnesse.
E mentre riproduceva il Canis Majoris che l’aveva così affascinata da bambina, dipingeva altre concatenazioni, un secondo domino di luci che era lo specchio del primo.
Il cielo della sua infanzia si specchiava nella città, e le stelle non erano più squarci nel cosmo ma si aprivano nella vita delle persone, come finestre accidentalmente illuminate che le permettevano di spiare all’interno.
Proprio come da bambina il cielo la schiacciava, rimpiccioliva ed escludeva, ora si sentiva una voyeur, estranea alle storie intrecciate delle persone che pure l’affascinavano come e più di quelle degli astri.
Si dovette fermare, rotta dal bisogno di respirare la sua solitudine.
Osservò le pennellate che emergevano dal pastoso fondo nero, e una seconda conversazione emerse dalla sua memoria.
“Guarda, quella stella, come brilla.”
“Non è una stella, non può essere così luminosa.”
“Ma sì, ti dico.”
“Ma va, si muove!”
“Dici?”
“Sarà un satellite, o qualcosa del genere…”
Adesso sapeva di essersi sbagliata.
La stella luminosa era sempre lei. Sirio.
Così luminosa da sembrare separata da ogni altra, quasi si ostinasse ad essere diversa ad ogni costo.
Ma anche Sirio era inserita in un sistema.
La sua posizione era regolata dalle leggi della gravitazione universale; masse e distanze stavano in una relazione ben precisa tra loro.
E al di là dei principi fisici, millenni di civiltà umana l’avevano riconosciuta parte di un disegno, del cane di Orione, o punta della sua freccia
Mai un’entità a sé stante.
Mentre posava l’ultima, rilucente punta di bianco sulla tela, sorrise.

La solitudine nell’universo non esiste.

(Segui il blog dell’autrice: https://sofiaepensodinonsaperlo.wordpress.com)

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